Notturno a Parigi

Notturno a Parigi

Sui tetti scuri d’ardesia, la notte è già calata. Nel cortile le ultime finestre si spengono pian piano, una dietro l’altra, consegnando all’oscurità e al mistero le vite segrete dei loro abitanti. Di lontano una brezza fresca ricorda l’incipiente primavera. Nell’aria risuona l’Eco lontana di qualche vecchio successo.

Da due mesi e mezzo vivo a Parigi e non smetto di stupirmi del vestito notturno che con cautela e destrezza indossa alla fine di ogni giornata. D’un tratto il carnevale diurno coi suoi protagonisti riversati nelle strade, inconsapevoli attori di una funambolica messa in scena, si assopisce. La musica si fa sussurro, l’energica vitalità assume la posa della pacata rassegnazione e alla luce dorata subentra il neon di qualche vetusta casa: è il tempo della malinconia. Sui ponti, sui marciapiedi, nelle verdi acque della Senna il tenace bagliore dei lampioni disegna i contorni delle cose, amplifica gli spazi e schiarisce i pensieri. Il ritmico calpestio di qualche affrettato, distratto passante è la colonna sonora di una città che si spegne, che lenta si avvia al dolce declino notturno, in un’afasia di odori e scoordinate sensazioni. Ancora una volta il segreto è intatto, chiuso nello scrigno delle sue cangianti e multiformi apparenze.                                          Parigi non si spiega, tutt’al più si odora, si assapora, si vive.

Rendez-vous a Napoli

Rendez-vous a Napoli

Un tranquillo sabato di metà ottobre, in un’atmosfera densa di calde sensazioni autunnali e fredde premesse invernali, qualcosa di speciale accade. È una storia di culture e lingue differenti che si incontrano in un crocevia caleidoscopico di persone, colori e sapori: Napoli. Due romani ed una parigina si danno appuntamento in una delle piazze più conosciute della città, piazza Dante, e da quel punto inizia la scoperta del tesoro nascosto di Napoli, sepolto tra un banchetto di presepi ed un babà vulcanico esposto in vetrina.  Il gruppo dei tre si muove con passo frettoloso ma incespicante tra i vicoli che, a mo’ di ragnatele, avviluppano e collegano i lembi della città pulsante. L’allure francese, inaspettata ed inusuale guida, ci apre le porte di questo carnevale picaresco. L’immersione è totale, lo sbandamento iniziale lascia posto lentamente alla gioia contagiosa, alla vita che giunonica e volgare si mostra, che semplicemente accade. Ed ecco, nell’ebbrezza disarmante apparire Napoli. Un’esperienza sensoriale totalizzante dove gli odori ed i suoni descrivono e si sovrappongo alla vista, rubando le parole. Le stradine affollate si snodano tortuose, palcoscenici su cui ognuno racconta la propria storia. Una storia fatta di tradizioni, di sapori genuini, di un passato che sa reinventarsi ed assumere la posa e la maschera della modernità. Napoli è la città che non ti aspetti, è il luogo degli affascinanti ed amari contrasti: è l’antenna ormai vecchia ed arrugginita che svetta da un palazzo dai freschi intonaci signorili. Potrei immaginarla come un’anziana signora ingioiellata che mostra fiera i segni del tempo sul suo volto. Le bellezze monumentali della città appaiono a scorci tra filari di panni stesi, e partecipano, confondendosi, al fascino vetusto ed elegantemente trasandato. Il Maschio Angioino, la Galleria Umberto I, Piazza del Plebiscito, le altre innumerevoli piazze incastonate come pietre preziose nel tessuto cittadino, e Castel S.Elmo, da cui è possibile godere dello scintillante riverbero del sole sul mare, che riveste di liquida luce dorata la città sormontata dal Vesuvio.

Napoli per me è stato tutto questo, ma anche un’occasione per scoprire e gustare gli aspetti schietti e autentici della vita: un viaggio improvvisato, un incontro, un libro, un abbraccio.

Il “luogo-sano” dei ricordi

Il “luogo-sano” dei ricordi

Avete mai sentito la frase “l’albero non può voler male alla sua terra”? Be’, se non vi dice nulla dovreste proprio guardare “Mine Vaganti” di F. Ozpetek, un capolavoro in cui diversi registri stilistici s’intersecano e sovrappongono magistralmente. Film a parte, la frase in sé ha il potere di racchiudere il profondo significato dei legami e delle radici che, come una sottile ed invisibile tela di ragno, congiungono noi stessi a luoghi, persone e vissuti, ricordandoci chi siamo e da dove veniamo. Di ritorno da quattro giorni nel paese materno, la sensazione addosso è quella di un tuffo, di una totale e benefica immersione in un posto familiare, che mi appartiene e a cui io appartengo inevitabilmente. Visitare, tornare in quel luogo significa riscoprirsi e confrontarsi con il passato. Questo paese si trova in provincia di Avellino, incastonato, come un vecchio signore seduto, tra le colline e gli altipiani della verde Irpinia. Il fiume calore è il suo liquido guardiano. I vigneti ed i campi di grano si estendono a perdita d’occhio, mentre lo sguardo fruga, cerca nervosamente di scorgere il segreto di tanta bellezza, il significato di tanta ammirazione; ma si ritira, abbagliato dai caldi raggi del sole e dalla marmorea luminosità del cielo intatto, compatto. Questo paese è un posto che sa di buono, dove le sere estive profumano di brace e mais tostato; dove la frugale gioia risuona nell’acuto tintinnio di rossi bicchieri o nelle grida, ora lontane, ora vicine di bambini all’avventura, pronti a misurare se stessi con quei luoghi. Le strade, nel buio stellato, riecheggiano di antichi e lontani passi. Il tempo ha lasciato il suo profondo solco nei racconti delle nonne al bagliore fumoso del fuoco e nelle tradizioni che impavide resistono, che impavide svettano. I suoi abitanti conoscono la calda cordialità e l’ospitalità. Gli anziani, poi, hanno negli occhi quel misurato bagliore di chi conosce il segreto della bontà e della meraviglia che si cela dietro l’ incessante cura della lentezza, dell’autentico, dei ritmi scanditi dallo scivolare inesorabile delle stagioni. Tutto questo dà forma a quel vecchio seduto sulla collina, che rinvigorisce al brivido atavico dei nascituri e piange alla dipartita dei suoi custodi antichi. Un vecchio vessato, odiato, amato ma che resiste. Qui, nelle pietre, negli archi tufacei del pozzo, nei muri delle case, negli alberi, nei campi, qui i miei ricordi prendono forma e mi rammentano come un maestro benevolo le mie origini, di che qualità e fattezza siano le mie radici. A volte ne ho percepito il peso, questo bagaglio mi sembrava un vestito un po’ stretto, ma poi ho compreso: uno dei modi per essere davvero liberi è conoscere la propria storia per agire consapevolmente nel proprio avvenire. Ogni volta che vado via lo vedo scomparire tra le colline che, come quinte teatrali, chiudono lo spettacolo con la reciproca promessa di un ritorno, la reciproca promessa della fedele ed inossidabile attesa.

P.s. Il paese si chiama Luogosano, si trova a 370 metri s.l.m. ed a 26 chilometri da Avellino. Gli abitanti, “i luogosanesi”, si attestanto intorno alle 1300 unità. Da colonia romana divenne parte di feudi locali. Oggi è un luogo che conserva intatte l’anima e le tradizioni dell’Irpinia, oltre ad essere sede di alcune delle più importanti cantine vinicole. Per altre notizie ed informazioni, consultare il sito ufficiale.

L’incanto naïf de “Il piccolo principe”

L’incanto naïf de “Il piccolo principe”

“Il piccolo principe” è il racconto che non ti aspetti, sottile e sobrio nella veste tipografica, nasconde un viaggio tra le galassie alla ricerca di un senso, alla scoperta di se stessi e dell’altro nella sua forma più autentica. Il genio di Antoine de Saint-Exupéry lo pubblicò nel 1943 negli USA in lingua inglese e successivamente in francese. Forse nemmeno l’ autore stesso avrebbe potuto immaginare la fortuna di quel libro per ragazzi, così ingenuo e puro, in una Europa violentata in quegli anni dal secondo conflitto mondiale, dove il dato umano sembrava perso, soffocato ed esaurito nelle malate ideologie e nella brama di potere. “Il piccolo principe” risulta tutt’ora uno dei libri più celebri del XX secolo con più di 250 traduzioni e 134 milioni di copie vendute. Ma basta parlare di cifre, l’incanto del piccolo principe si spezzerebbe, rotolando nella banale alfanumerica realtà degli adulti, “les grandes personnes”. Un incanto che ha saputo conquistare intere generazioni in ogni parte del mondo. Ma qual è il segreto di questo “petit bonhomme”? In cosa risiede la sua magia? Una parola potrebbe avere forse la presunzione di svelarlo: l’ingenuità. Il principe è “naïf”. Non si parla di stupidità o di alloccaggine, ma della virginea e autentica purezza di sguardo sulle cose: la semplicità con cui il protagonista riesce a spogliare il mondo e gli uomini dalle loro molteplici iridescenti maschere. Imbrogli che aumentano stratificandosi, formando una dura corteccia, oltre la quale è impossibile vedere e a cui finiamo, inevitabilmente, per credere e cedere nell’illusione che quella sia la sola realtà possibile. Questa storia, invece, con abilità indagatrice ed esattezza quasi chirurgica indaga nella profondità della vertigine umana, cercando di mostrarne l’essenza brulla. “L’essenziale è invisibile agli occhi, non si vede bene che con il cuore”, dice la volpe al piccolo principe. A questa scoperta, infatti, è dedicato il viaggio del protagonista attraverso i pianeti, alla scoperta di allegorici personaggi sintomatici di malattie dell’animo umano: l’avidità, il vizio, la vacua erudizione e l’inconsapevolezza. Interessante e decisivo è l’incontro con la volpe, che insegna al principe il valore dell’amicizia ed, in generale, dell’unicità dell’esperienza sentimentale ed emotiva umana. Il piccolo principe è innamorato di una rosa: ecco che il confronto tra la tensione all’infinito dell’essere umano si scontra con il suo essere tragicamente finito, il tutto suggellato in un unico e magistrale simbolo topico della caducità, la rosa appunto.

Il racconto rientra appieno nella cosiddetta letteratura per l’infanzia e come nelle migliori tradizioni del genere troviamo, qui, rispettati i suoi capisaldi, primo fra tutti il viaggio: un percorso di formazione che porta il bambino verso l’età adulta. Ma un’ultima inaspettata sorpresa ci attende: leggendo, anche gli adulti compiono un percorso, inverso stavolta. Senza rendersene conto si viene traghettati verso quei lidi ormai remoti dell’infanzia, di quando si vede il mondo per la prima volta e tutto è una quotidiana e speciale scoperta. Un sorriso emozionato sulle labbra, ecco il dono finale di questo piccolo principe un po’ fuori dal tempo. Altro non c’è da dire, d’altronde “le parole sono una fonte inesauribile di malintesi”.

Á mon petit prince

Curiosità: quest’anno, a più di 70 anni dalla morte dell’autore (1944), scadranno i diritti d’autore del “Piccolo Principe”. Molte le iniziative legate a questo evento, come l’uscita a dicembre di un film d’animazione dedicato a questo piccolo capolavoro.  Trailer de “Il piccolo principe”

Parigi in finestra

Parigi in finestra
"Boulevard Montmartre. Foggy Morning"
Pissarro “Boulevard Montmarte” olio su tela 1897

Parigi. Gennaio 1897. Pissarro è affacciato alla finestra. Osserva dalla sua stanza dell’Hotel de Russie la brulicante vita di un boulevard tipicamente haussmaniano. Un boulevard di Montmartre. I palazzi scandiscono, come mura di cinta, il punto di fuga, dove tutto corre, dove la realtà si mischia e condensa in una nuvola rarefatta di colore. Gli alberi ritorti sono personaggi dai figuri quasi spettrali, quinte di questa tranche de vie parigina. Piccole macchie si assiepano e confondono sui grandi marciapiedi: sono i passanti, ovvero, i protagonisti di questa nuova rivoluzionaria città moderna. Si accalcano tra le vetrine di una boulangerie, di una épicerie, oppure scorrono veloci, incuranti delle rigidità invernale e del tempo scandito dai loro passi sulle brumose strade. Tutto è coperto da un velo madido e scivoloso. La recente pioggia non ha risparmiato neanche la ferrosa superficie del gocciolante lampione; perfino l’edicola, proprio quella lì, quella sulla destra, in basso, è ancora stanca per i continui ed incessanti picchiettii dell’acqua. Elemento sovrano nella tela che tutto unisce e tutto dissolve, materia prima dell’artista e anatema della chimica coloristica. Il colore, scivolando veloce sulla tela, si rapprende in grumi che accendono e danno vita a questo fumoso carnevale di persone e oggetti.                 Improvvisamente ha ripreso a piovere, le gocce come piccole fredde scintille colpiscono il volto dell’artista che si ritira nella stanza. Alle sue spalle, il bagliore livido della luce cittadina trapela dalla malchiusa finestra.

 

 

La bellezza ci salverà?

La bellezza ci salverà?

“Bellezza”, “bene”, “amore”, “idiozia” sono queste le coordinate del grande classico letterario di cui la frase è portavoce. “L’idiota” di F. Dostoevskij è sicuramente una pietra miliare della letteratura mondiale. Pubblicato nel 1868, il romanzo ha come protagonista un principe un po’ speciale, considerato idiota dalla corrotta e malvagia società a lui contemporanea per la sua naturale e vibrante inclinazione al bene e alla compassione. Proprio al principe Myskin è imputata più volte dagli altri personaggi la celeberrima frase “la bellezza salverà il mondo”. Un enunciato vestito di una forte enigmaticità, dove la bellezza si configura come estrema e superiore armonia in grado di dominare sul caos del reale. Un’armonia, nata dall’unione di “bene” e “bello”, con intrinsechi rapporti cristologici, destinata però allo scacco nel momento stesso del suo confronto con la realtà. Ma si sa, è una vita dura quella degli ideali, entità preziose quanto labili.

Non è questo il luogo, in ogni caso, dove poter discorrere di un’opera così importante e complessa; tuttavia è utile citarla per la riflessione che porta/comporta. Parlare di bellezza oggi è una vera e propria presa di posizione ed un modo non convenzionale di guardare alla realtà. La Cappella Sistina di Michelangelo, la Sinfonia n°40 di Mozart o la “Divina Commedia” non sono semplici capolavori, ma prove tangibili di quella bellezza, che scuote, vivifica e solleva  gli animi. Una bellezza che, sganciata dal puro dato estetico, assume una dimensione etica, morale e religiosa. Perché questa bellezza celata nelle note di uno spartito, nella sottile filigrana di un quadro o tra le assiepate lettere di un romanzo non è merce di scambio o mero dato storico e culturale,  è quel valore che solo ci mostra le pieghe più profonde di noi stessi e concorre ad uno dei più alti compiti: educare all’umanità.

P.s. vorrei ringraziare tutti per il supporto al blog testimoniato dai commenti. La vostra silenziosa e attenta lettura è il cuore di questo viaggio mediale.

Menabò

Menabò

Dopo giorni, mesi e forse qualche anno ho deciso finalmente di aprire un blog ed ora, qui, davanti alla pagina bianca del pc mi sembra di essere tornato fra i banchi di scuola, quando inchiostrare il foglio del compito in classe siglava un tuo probabile successo o fallimento. Insomma un po’ di sana ed inevitabile ansia da prestazione. Per questo ho deciso di intitolare il primo capitolo di questo percorso “Menabò”: niente, infatti, è in grado di alleviare l’ansia da giovane imbrattatore di carte, ops blog, come lo stato primigenio e nidale della bozza tipografica. Tuttavia, in questo caso, si tratta di una bozza un po’ pretenziosa, che si fa portavoce del senso ultimo del blog, o almeno di una parte di esso. L’intenzione di questo percorso scrittorio risiede tutt’intera nel titolo “Antologia occasionale”, in altre parole raccogliere momenti, piccoli sprazzi di vita quotidiana e usarli come spunti per illuminare e discutere in maniera condivisa aspetti di questa nostra sgangherata realtà contemporanea.

Le categorie saranno le più varie, dall’attualità all’arte, passando per la letteratura, ma l’intento è e rimane comune: esprimere e dare voce a pensieri, istanze e riflessioni di quanti ritengano la scrittura un’esigenza conoscitiva, oltreché comunicativa, ed un mezzo di indagine per scandagliare con spirito critico il caleidoscopico e bizzarro universo quotidiano.
A questo punto dovrei fare una “captatio benevolentiae”, ma si sa, è solo un blog di un ragazzino un po’ cresciuto, che spera di non annoiare troppo i suoi due o tre lettori.